Abitare la città dimenticata: San Paolo

San Paolo: ipotesi per un sistema culturale integrato
Gli interventi di Pietro Zanlari e Elena Bonelli

Il pieno recupero dei grandi complessi monumentali pubblici e un nuovo sistema culturale integrato come strumento di rilancio della città di Parma.
di arch. Pietro Zanlari

Scarica l'intervento in pdf

77 metri per 7; cʼè una regola nella progettazione della complessa camera quadrata progettata da Giorgio da Erba nel 1514 per la badessa benedettina Giovanna da Piacenza: le quattro pareti suddivise in quattro spicchi ciascuna dalla volta a ombrello, supporto della grande illusione creata a far tempo dal 1520 dal Correggio: il giardino segreto della badessa prosegue allʼinterno, con un pergolato che rasserena. Fatemi dire, fuor di retorica, una sintesi sublime di architettura e arte! Che grande piacere ci regalano.
Il risultato, lasciatemi una interpretazione personale, è una tra le componenti più rilevanti della identità locale: leggerezza, eleganza naturale, un poʼ di distacco dai problemi della quotidianità sono da sempre caratteri tipicamente parmigiani! Il lascito comporta, tra lʼaltro, un insegnamento importante: gli aspetti strutturali, costruttivi, quando sono espressione di cultura materiale, legati alla cultura artistica acquisiscono ruolo di simbolo, attribuiscono prestigio, producono qualità di vita.
Lʼesperienza è talmente convincente da essere ripetuta subito dopo dai confratelli nella cupola del San Giovanni ed ancora dai fabbriceri della cattedrale che commissionano “per la gloria del Signore e nostra”!, la cupola del Duomo, “la più bella di tutte”. Anche allʼinterno del San Paolo lʼevoluzione continua con la ristrutturazione di Smeraldo Smeraldi e gli ampliamenti di Girolamo Magnani con la creazione delle piacevolissime corti delle cucine e del loggiato verso il giardino che prefigurano il complesso che arriva fino a noi.
Nel dibattito sulla necessità di nuove forme di pianificazione di CITTAʼ E TERRITORIO, che come Fondazione Architetti Parma e Piacenza ci auguriamo possa finalmente riaprirsi, abbiamo calato da tempo, ma con alterne risposte, la carta del “Riuso della città esistente”, ormai diffusamente riconosciuto come (difficile!) tema di grande attualità. Allʼinterno di questa macro area vogliamo insistere con forza nel proporre alla città una riflessione sullʼimportanza strategica del recupero dei grandi complessi architettonici di proprietà pubblica, sul loro riuso e sulla necessità di metterli a sistema, creando un insieme di capacità attrattiva eccezionale. Per riuscire a farlo, tuttavia occorre uno straordinario investimento strategico comune.
Per quanto riguarda le questioni di metodo, emerse negli incontri che già abbiamo promosso sullʼargomento, si avverte la necessità di aggiornare (o creare quando manchino) una serie di dotazioni: ci serve sul fronte tecnico un catalogo critico del patrimonio che definisca anche lo stato di conservazione delle costruzioni e un conseguente programma delle manutenzioni basato su un ragionato Indice delle priorità; sul piano delle scelte, invece, sarebbe utile un elenco degli spazi idealmente necessari per soddisfare il fabbisogno per nuove iniziative, da rapportarsi alle potenzialità immobiliari e alle risorse disponibili. Su queste basi si potrebbe finalmente tentare la costruzione di una base programmatica capace di accostare usi, architetture e risorse, ovvero la definizione di una visione progettuale che consenta di fare scelte consapevoli e ragionate a breve, medio e lungo periodo; di un sistema per quanto possibile unitario, o quantomeno con un tavolo di regia comune, capace di considerare i beni culturali come risorsa forte, in grado di contribuire a risanare e a rendere piacevole la vita cittadina.
E allora cosa sognare? Si è detto di una città che veda recuperati e restituiti alla comunità, primi fra tutti, il San Francesco, l'Ospedale della Misericordia, il San Luca degli Eremitani insieme al San Paolo. Un sogno stupendo capace di prefigurare una città nuova, diversa, migliore di quella di oggi che mostra un degrado montante proprio, e non a caso, nelle aree dei complessi che abbiamo, tra gli altri, ritenuto prioritari. Una città con più spazi per lo studio e la cultura, per le attività sociali, per il tempo libero, per le intraprese, anche private, compatibili; più viva e più ricca di offerte a tutti i livelli.
Quattro poli capaci di offrire risposte a temi largamente irrisolti che necessitano di spazi qualificati: un polo universitario al San Francesco, un polo civico all'Ospedale Vecchio, un polo culturale al San Paolo ed infine due opzioni per San Luca: polo archivistico, laddove se ne ravvisi la concreta fattibilita' o, più prosaicamente, un polo ricreativo di nuova concezione.
Ben si comprende che lʼimportanza e la forza attrattiva che lʼinsieme di queste fabbriche recuperate e messe a sistema potrà generare supererà di gran lunga le potenzialità che le stesse offrono singolarmente. Per questo pare giunto il momento di lasciarci finalmente alle spalle il tempo delle iniziative singole, occasionali, parziali e autoreferenziali, a favore di una visione strategica ampia e condivisa; per questo, considerato che siamo ben consapevoli che i modi dʼuso di queste fabbriche si identificheranno fortemente con le architetture ospitanti, suggeriamo con forza il superamento del concetto di polo culturale autonomo per auspicare la nascita di un sistema culturale integrato costituito dalla sommatoria delle istituzioni esistenti con quelle nuove che saranno ospitate nei complessi recuperati.
Ed ecco che la parola sinergia, fino ad oggi raramente frequentata alla nostra latitudine, potrà davvero dimostrarsi un moltiplicatore di interesse riuscendo ad unire lʼofferta culturale già esistente, che trova nel polo statale della Pilotta vette eccelse, con la potenza delle architetture dei complessi recuperati e dei contenuti vecchi e nuovi che questi sapranno offrire; ne potrà nascere un circuito con pochi eguali.
Abbiamo già parlato di questi temi, ma riteniamo importante esplicitare questa proposta alla città oggi, nel giorno in cui parliamo del destino del San Paolo, ovvero di 15.200 metri quadri (senza contare gli splendidi interrati e i sottotetti per altri 4.300) di grande architettura e arte ubicati in posizione irripetibile come continuazione del cardo romano, al centro della città di Parma (sequenza foto) . Infatti, a parer nostro, la vocazione del San Paolo e' palese: la presenza di capolavori quali lʼarchitettura di Giorgio da Erba e la mirabile “camera” correggesca propongono senza dubbio alcuno una vocazione del grande complesso come Polo Culturale cittadino: la vicinanza con la Pilotta, con il Lombardi, la ubicazione baricentrica, la potenziale permeabilità che, a chiostri riaperti, offre una nuova realtà urbana piena di splendide occasioni di prosecuzione “colta” di via Cavour, la presenza di alcune realtà insediate quali la biblioteca Guanda e la collezione Stuard, i giardini, che si potranno raggiungere da via Melloni attraversando i chiostri riaperti e rivitalizzati, dettano la linea in modo inequivoco. Aggiungo che molte collezioni e istituzioni culturali locali non hanno, da sole, capacità attrattiva sufficiente, mentre la loro riunione al San Paolo ne favorirebbe la frequentazione e la valorizzazione aprendo la strada anche a nuove iniziative di produzione culturale (si parla, tra lʼaltro della ipotesi di un centro di formazione per la produzione di documentari che, dopo la vittoria di Rosi a Venezia, sembra di ancor maggiore attualità). Certo la dimensione del complesso e la sua articolazione spaziale consentirebbero senzʼaltro di insediare anche sedi dʼistituzioni significative quali fondazioni bancarie con la loro dotazione di collezioni spesso di grande pregio, e di attività accessorie autosostenibili (cafeterie, ristorante, bookshop, società di servizi e di produzione culturale, ecc.) che rendano possibile il recupero.
Si avverte inoltre da tempo lʼesigenza forte di una nuova entità che potremmo definire la naturale evoluzione di quello che un tempo era il Museo della Città, che Parma non ha mai avuto: un luogo capace di raccontarne la storia e la evoluzione urbana e territoriale, di costituire un laboratorio per evidenziarne le potenzialità, ma anche i processi in corso, assumendo il ruolo di interfaccia tra PA, cittadinanza e visitatori; ma perché non pensarlo ancora più vivo e innovativo attribuendogli un ruolo laboratoriale, di rappresentazione, studio e ricerca urbana e territoriale? Punto di raccolta e di elaborazione dellʼidentità locale, potrebbe raccogliere memorie e lasciti che questa identità hanno contribuito a formare (perché non pensare a Bodoni e addirittura a Bottego, agli archivi famigliari e financo a quelli delle grandi aziende e dei consorzi che hanno fatto e fanno la storia produttiva e industriale della città).
Un polo culturale o, meglio, il nucleo centrale del nuovo sistema culturale integrato (sarebbe bello a scala territoriale e non solo municipale), motivato dal tracollo della capacità attrattiva dei musei a carattere locale tanto più forte quando si parli di strutture statiche e dalla crescente complessità dei fenomeni socio-culturali, che richiedono una lettura multidisciplinare prima di tutto economica e di conseguenza urbanistica, sociale, artistica e dunque anche etnoantropologica.
Una bella sfida: un luogo dove si producono idee, certo non solo dove si espongono quadri, magari neppure troppo interessanti. Certo, a patto che ci sia un progetto condiviso, che il progetto sia buono e che si riesca a renderlo convincente raccogliendo risorse. In tal modo il San Paolo potrebbe davvero diventare il centro vitale del nuovo sistema, raccogliendo e distribuendo agli utenti le informazioni e gli indirizzi di tutte le componenti la rete (dai castelli ai canali, dagli artisti alle architetture, dalle produzioni alle industrie), elaborandone le storie e i valori, riassumendone i programmi. Un posto in cui i parmigiani possano riconoscersi e dove tutti i visitatori della città possano apprezzarne la capacità comunicativa. Ed ancora, dulcis in fundo, lʼattrazione irresistibile costituita dalla presenza dei lavori del Correggio, cui certamente, a nostro avviso, non si potrebbe evitare di dedicare un centro studi e documentazione, che manca clamorosamente e che non potrebbe trovare migliore collocazione: proprio in uno dei complessi benedettini che lo hanno chiamato alla realizzazione dei suoi più grandi lavori. "Les fresques sublimes du Corrège m'ont arrêté à Parme" disse Stendhal nei primi del XIX; perché non dovrebbe essere così anche per i visitatori nel futuro?
Si è dunque detto di un progetto strategico di recupero dei grandi complessi monumentali ed insieme della attivazione di un sistema culturale integrato capace di unʼofferta alta e differenziata. Oggi si tratta anche di iniziare a capire come si fa a passare dal dire al fare: per questo, una volta tracciato con chiarezza un cammino condiviso, occorre pensare a come reperire le risorse ingenti che occorrono. Alcuni risultati sʼintravedono: il Provveditore alle OOPP ci ha comunicato la destinazione di €.2.500.000,00 finanziati dallo stato al restauro del primo chiostro del San Francesco per usi universitari, mentre lʼassessore Alinovi ha destinato ad opere di consolidamento e manutenzione dellʼOspedale Vecchio €.1.400.000,00. Ottimo inizio; ma la strada è lunghissima. Fornisco sinteticamente alcuni numeri: circa mq.3.630 per un budget ipotizzabile di 5,5 milioni per il San Luca (statale); al San Francesco (statale in concessione allʼuniversità) €.11.500.000 per recuperare mq.7.665 (di cui mq.1997 di chiesa) nellʼex convento e €.8.500.000 per i mq.6.012 del carcere luigino); budgettazione più difficile per lʼOspedale (comunale) per la indeterminatezza delle destinazioni, ma nellʼordine di almeno 18 milioni per una superficie totale di mq.23.550, sempre che resti e si implementi la biblioteca civica. Il San Paolo (comunale), tra parti già in uso e recuperabili mq.15.200 (implementabili a mq.19.500 con il recupero degli straordinari locali nellʼinterrato e nei sottotetti) si può azzardare unʼipotesi di costo di 15 milioni, naturalmente riducibili mantenendo le strutture già insediate nelle attuali collocazioni. Insomma, si parla di un fabbisogno di almeno 60 milioni! A fronte di risorse oggi limitatissime.
Il progetto quadro cui ho fatto riferimento può essere particolarmente utile anche in questa direzione: eliminare gli errori strategici (p.e. lʼarte contemporanea nel palazzo del Governatore, la sala ipogea per i congressi o la scuola europea in periferia), ottimizzare le risorse indirizzandole sulle priorità, individuare parti a reddito per stimolare investimenti privati; ma diventa indispensabile se si pensa di accedere ai finanziamenti di privati, fondazioni e ancor più della comunità europea. Il protocollo Horizon 2020, ad esempio, prevede la presentazione di grandi e credibili progetti, sostenuti dalla pluralità di soggetti che partecipano alla vita della città. Chiediamo che la città si attrezzi quanto prima per presentare le sue proposte in modo coeso ed organizzato; per parte nostra manifestiamo, anche con lʼiniziativa di oggi, piena disponibilità. Perché siamo convinti che, se sapremo riempire di contenuti convincenti il sistema tratteggiato, si possa costituire un insieme di interesse straordinario.
Il recupero dei quattro complessi citati e la proposta di un nuovo sistema culturale integrato parmense non sono due cose diverse e tantomeno separate; sono anzi strettamente correlate e interdipendenti o, per meglio dire, due aspetti dello stesso processo di rinnovamento del modo di definire le politiche urbanistiche e culturali di cui questa città ha bisogno. E il San Paolo può esserne il centro e il simbolo. Per lo meno questo è il nostro pensiero.

Quale destino per il San Paolo?
di arch. Elena Bonelli
Tesoriere FAPP (Fondazione Architetti Parma e Piacenza)

Scarica l'intervento in pdf

Come abbiamo visto, il complesso di San Paolo possiede una straordinaria potenzialità urbana, essendo il centro fisico di un complesso e articolato sistema culturale che raccoglie in un raggio di percorrenza di circa 200 m (5 minuti a piedi) delle eccezionali occasioni culturali: dalle collezioni della Pilotta con il Teatro Farnese, alla Camera del Correggio nel San Paolo fino al Duomo, al Battistero e a San Giovanni con la cupola del Correggio. Con piccole deviazioni e qualche minuto in più si arriva al Teatro Regio, al Palazzo del Parco Ducale, allʼOspedale Vecchio, al complesso di San Francesco del Prato e via di seguito. Non è un caso che il San Paolo già dal primo insediamento sia attestato sullʼantico cardo urbano (Via Cavour), e che il percorso monumentale di cui è perno sia alternativo al vecchio decumano della via Emilia, asse urbano su cui si sono attestati i poli civici dallʼOspedale Vecchio alla piazza municipale. Mi riferisco al disegno della città che per tutto il periodo ducale, farnesiano prima e borbonico poi, si è consolidato per punti e rettifili. Paradigmatico è il progetto settecentesco (1766) del Petitot, mai realizzato, per il nuovo Palazzo Reale che doveva sorgere davanti alla Pilotta e che facendosi largo nel tessuto urbano attraverso una grande piazza avrebbe dovuto collegare il Palazzo Ducale della Pilotta con il complesso monastico di San Giovanni, e che in adiacenza al San Paolo si spingeva fino a Strada Santa Lucia (oggi via Cavour), e oltre allargando il vicolo del vescovado e in tangenza al Duomo fino al San Giovanni. Il progetto non è stato realizzato ma se lo fosse stato ben altro esito avrebbe avuto il destino del San Paolo.
Si tratta quindi di valorizzare e dar significato ad un complesso insediativo che per natura, formazione, tipologia e vocazione può diventare il centro di un sistema culturale integrato a livello urbano e territoriale. (come già accennava Pietro Zanlari).
Proviamo a comprendere di cosa stiamo parlando. Alcuni dati dimensionali ci aiutano a capire lʼentità e lʼeccezionalità del Complesso monumentale di San Paolo la cui fabbrica si sviluppa su vari livelli per circa 19.500 mq di costruito e 10.000 mq circa di giardino.
Sono occupati con funzioni stabili circa 9.300 mq
Sono da recuperare e temporaneamente utilizzati a deposito o ad uffici circa 1700 mq
Sono liberi e inutilizzati circa 5100 mq tra il piano terra, il primo e il secondo piano
A queste si possono aggiungere alcune superfici recuperabili allʼuso : quasi tutti i circa 1.800 mq di sottotetti e i circa 1.600 mq di interrati
La proprietà è del Comune di Parma e solo metà del complesso è occupata e vitale, con funzioni pubbliche stabili come il Museo della Camera di San Paolo, la Pinacoteca Stuard con lʼex Chiesa di San Ludovico, il Castello dei Burattini, le Biblioteche Guanda, Ilaria Alpi, e Balestrazzi, lʼIstituto Storico della Resistenza e dellʼEtà Contemporanea, lʼIstituto di Studi Verdiani, lʼInforma Giovani e il Consultorio giovanile dellʼAusl per citare i principali. (descrivere piano per piano sequenza: PT, 1P (2 livelli), 2P (2 livelli), Sottotetti, Interrati)
I restanti locali sono inutilizzati, o sottoutilizzati. Non sono invece utilizzati ma integralmente recuperabili, di grande potenzialità e straordinario fascino i sottotetti e gli interrati ora perlopiù occupati da condotti impiantistici.
Importante e significativa lʼaccessibilità al complesso con 2 ingressi su Via Melloni, 3 ingressi su Borgo del Parmigianino e 2 ingressi al Parco da Borgo Giordani. 7 sono i chiostri e i cortili anticamente collegati tra loro che nel loro snodarsi rendono potenzialmente il tutto più articolato e valorizzabile.
Questa è la situazione attuale dove lo straordinario fascino del complesso tiene insieme (e lo avete notato nella visita guidata) spazi straordinari di valore inestimabile che convivono con situazioni di degrado e abbandono perché non utilizzati o da restaurare.
Non vorrei fare una storia del fabbricato, non è questa la sede ed ai più sono note le vicende storiche sul fabbricato, ma vorrei sintetizzare con alcuni richiami i momenti più importanti dellʼevoluzione morfologica e tipologica del complesso, passaggi che mi sembrano fondamentali per coglierne lʼevoluzione urbana e il rapporto con la città.
Il complesso architettonico si forma nel tessuto urbano attorno al 1000 quando il Vescovo Sigifredo II fonda il monastero benedettino femminile di San Paolo presso la chiesa, oggi sconsacrata, eretta nel 985 per accogliere le reliquie di santa Felicola (Sacello), e il cenobio sorge contemporaneamente al monastero benedettino maschile di San Giovanni. Da subito il complesso monastico diventa economicamente autosufficiente inglobando 2 mulini, si devia il Canale Comune e lʼingresso principale del complesso avviene dallʼattuale vicolo delle Asse su borgo del Parmigianino. Da subito il monastero acquista ruolo sociale definito e si configura come polo di attrazione urbana attorno a cui gravita e si sviluppa il trajolo di San Paolo.
Il complesso ebbe il suo periodo di maggior splendore tra il XV e XVI secolo, con le badesse Cecilia Bergonzi e Giovanna da Piacenza, che ne fecero unʼimportante e significativo centro culturale. Particolarmente importanti sono le due camere costruite da Giorgio da Erba ed affrescate dal Correggio (la Camera della Badessa, dipinta attorno al 1519) e da Alessandro Araldi (del 1514) oltre alla cappella detta Cella di Santa Caterina, posta ai margini del giardino affrescata sempre dallʼAraldi.
Parte del complesso venne ricostruito e ristrutturato nel 1584, il chiostro grande o nuovo da Smeraldo Smeraldi con lʼattuale Fontana ad opera di Giovan Battista Magnani e successivamente nel 1683. il Coro delle Monache, il dormitorio delle novizie, i loggiati, verso il chiostro piccolo o vecchio. Così il Monastero acquista sempre più un ruolo sociale e culturale importante nella crescita urbana della città.
Interessanti sono le relazioni che si instaurano tra cinquecento e seicento tra la committenza benedettina del San Paolo, e di San Giovanni, e gli architetti e gli artisti che lavorano per i Farnese e in molti palazzi nobili a Parma. Fin dalla sua fondazione infatti le monache abitanti del Monastero di San Paolo erano principalmente di estrazione nobiliare e dunque si spiegano i forti legami culturali con la corte ducale.
Nel 1690 inizia la trasformazione della Chiesa, si sposta il campanile da sopra al sacello allʼattuale posizione, nel 1769, solo 4 anni dopo il progetto non realizzato del Petitot per il Palazzo Reale, inizia la costruzione ad opera di Antonio Bettoli del sovrappasso verso il Palazzo Ducale della Riserva (ora sede delle Poste, del Circolo di Lettura e del Museo Glauco Lombardi). Nel 1785 cambia lʼorientamento della chiesa che diventa nel 1817, con Maria Luigia, cappella ducale, mentre porzione del Monastero diventa Istituto religioso per lʼEducazione femminile. Il Monastero inizia ad aprirsi alla città e si completa il collegamento aereo con il limitrofo Palazzo della Riserva e oltre con tutto il complesso centrale di apparati ducali del periodo luigino. Nel 1833 ad opera del Bettoli, inizia lentamente la trasformazione definitiva del convento ad usi diversi, dapprima in Istituto scolastico, poi in Convitto.
Nel 1866 viene demolito il cavalcavia di collegamento al Palazzo ducale e lʼarea davanti alla Pilotta si trasforma con la Costruzione del Teatro Reinach. Non a caso lʼarea su cui viene costruito I Teatro Reinach è di proprietà della famiglia Bergonzi, una delle più influenti della città che aveva in appannaggio da secoli il vicino Monastero di San Paolo e a cui viene attribuita la radicale ristrutturazione del monastero medioevale secondo I canoni dellʼarchitettura rinascimentale.
Nel 1878 lʼedificio viene acquisito da Comune di Parma e venne destinato ad usi diversi.
Si trasformano i locali che gravitano attorno ai 2 cortili principali in Istituto Magistrale (dove resterà per più di un secolo fino al 1989).
Nel 1889 inizia la trasformazione dei mulini in Centrale Elettrica, la prima della città. (Società Parmense di elettricità- SPE). Attorno nascono il dopolavoro della società, gli uffici e i magazzini. Porzione della centrale elettrica è ancora attiva in vicolo delle asse e alimenta il centro storico circostante.
Nel 1905 viene costruito il fabbricato su via Melloni che diventa sede dellʼazienda dei trasporti elettrici (poi TEP). Gli interrati nel 1940 diventano rifugio antiaereo (Rifugio 11).
E siamo ai giorni nostri, negli anni ʼ90 inizia il recupero architettonico e funzionale del complesso, dal 2002 è sede stabile della Pinacoteca Stuard, del Castello dei Burattini e del Museo Ferrari. Nel 2004 Viene bandito un concorso internazionale per il Restauro e il Riuso del Complesso e le vicende recenti sono note.
A questo punto inquadrato il tema è arrivato il momento di rispondere alla domanda che ci siamo posti fin dall'inizio quale destino per il San Paolo?
Dellʼevidente vocazionalità a polo culturale all'interno di un percorso culturale, artistico e museale nel cuore della città ne abbiamo già accennato. Per essere autenticato come parte e centro del sistema culturale integrato di cui si accennava prima, occorre far interagire il luogo, i suoi spazi e il suo modo dʼuso con la città e il suo territorio, occorre pensarlo in termini di programmazione urbanistica e culturale (urbanistica della cultura), di moltiplicatore delle risorse in stretta relazione con la città e il suo territorio occorre renderlo permeabile e attraversabile, disponibile e aperto allʼuso quotidiano, occorre renderlo attrattivo e interattivo con la città.
Lʼoccasione straordinaria che ci offre la tipologia è quella della sequenza dei chiostri che iniziano su via Cavour e finiscono nel giardino e che messi a sistema possono rendere fruibile e attraversabile lʼintero complesso . Si deve progettare, un percorso di “funzionalizzazione” con usi attrattivi perché le occasioni culturali eccezionali sono già insite e consolidate. Lʼoccasione diventa quella della valorizzazione e della messa a sistema degli spazi, delle risorse e delle vocazioni unitamente al recupero architettonico del fabbricato.
Il sistema della permeabilità che è esistente (si tratta solo di recuperare antichi passaggi) si snoda dal grande atrio su Via Melloni che diventa il nucleo pulsante del complesso, che invoglia ad entrare ed interagisce con la città. Questo è collegato direttamente a tutte le occasioni lungo il percorso, anche allʼex Chiesa di San Ludovico ora di pertinenza della Pinacoteca Stuard ma da considerarsi fruibile in modo molto versatile e per gli usi più vasti per cui potrebbe essere utilizzata (mostre temporanee, sala conferenza, sala per proiezioni, centro multimediale degli itinerari culturali del territorio), ma sempre in stretta relazione con il nucleo dʼingresso.
Lʼidea è quella di un recupero strutturato sul percorso di collegamento tra i chiostri per caratterizzare funzionalmente le varie parti.
A – Le occasioni Museali consolidate : si conferma il blocco delle occasioni museali preesistenti attorno al “Chiostro Vecchio o Chiostro Piccolo” e ai “Chiostri delle cucine” (Museo della Camera di San Paolo. Cappella di Santa Caterina, Pinacoteca Stuard.ex Chiesa di San Lodovico )
B – La Biblioteca e gli archivi: si conferma il blocco delle biblioteche attorno ai cortili dei mulini più nord (Biblioteca Guanda, Ilaria Alpi, Balestrazzi, ecc..) C – Spazi a vocazione laboratoriale, espositiva e per centro studi: si suggerisce lʼampliamento funzionale verso forme più laboratoriali delle funzioni gravitanti sul “Chiostro Nuovo o Chiostro Grande” (benissimo il Castello dei Burattini ma anche Centri di studio (per esempio un Centro di Studi sul Correggio o un Centro Studi sul documentario, istituti di ricerca come lʼIstituto di Studi Verdiani, lʼIstituto Storico della Resistenza e dellʼEtà Contemporanea, o associazioni culturali, ecc...
D – Spazi a vocazione di servizio per il tempo libero: si avverte lʼassoluta necessità di inserire occasioni urbane che rivitalizzano il complesso come bar, ristoranti, caffè letterari e musicali, book shop direttamente affacciate sul parco e sui chiostri E – Spazi di valore urbano a disposizione e ridestinabili: si evidenzia inoltre la vocazione tipologica del fabbricato su strada e della manica lunga che accompagna il percorso iniziale verso la camera di San Paolo come adatto allʼuso per istituzioni o enti interessati a partecipare alla costruzione del polo culturale
F – Spazi destinabili allʼospitalità: si suggerisce il recupero dei sottotetti come spazi da adibirsi a foresteria e ospitalità per lʼintero complesso.
A questo punto, inquadrato il tema, inviterei al dibatto e ad una discussione più ampi