The times they are a-changin'

(Parma: un modello in crisi?!)

Era il 1964 quando il geniale menestrello di Duluth (Minn.), allora ventiduenne, il grande Bob Dylan, lanciava l’avvertimento: i tempi stanno cambiando. Prefigurando la rivolta giovanile che di li a poco avrebbe scardinato l’ universo difensivo, conformista e piccolo borghese che era uscito dominante dalla seconda guerra. E i tempi da allora sono cambiati, le consuetudini si sono svecchiate, molte ipocrisie ridotte, rompendo tabù che parevano invalicabili, per un mondo più aperto, con confini sempre meno opprimenti. Gli eccessi nei meccanismi di controllo e i protezionismi sono via via caduti, con il tempo il trionfo del mercato ha portato alla internazionalizzazione dei modelli, producendo, assieme ad una attenuazione delle compensazioni sociali, una apprezzabile diffusione del benessere.

1. Nel frattempo, passati quasi cinquant’anni, siamo “di nuovo” invecchiati, e il modello allora innovativo sembra essersi esaurito: il “centro” del mondo si è spostato, parte dell’occidente ha esaurito la sua crescita, ed anzi fatica a galleggiare, mentre lo sviluppo sembra diventare prerogativa altrui.
Costretti da logiche oscure (il mercato come unico Dio?) a inseguire l’obbligo dell’incremento del PIL, il solo impegno della politica di oggi, troviamo soluzioni solo nella  apertura ai flussi migratori (tacita ma reale, risaputa e volontaria) pur di far crescere i numeri assoluti, dimenticando argomenti assai più interessanti, quali il reddito pro capite, la sua equa diffusione e la qualità della vita. 
Ma attenzione, la crisi questa volta non scherza affatto e pare volerci dimostrare che non è per nulla episodica, ciclica o congiunturale, ma strutturale: ancora una volta e più che mai The times they are a-changin’!

Come senators congressmen
Please head the call
Don’t stand in the doorway
Don’t block up the hall
For he that gets hurt
will be he who has stalled
there’s a battle
outside ranging
for the times they are a-changin’

Coraggio, deputati e senatori
ascoltate l’appello
non fermatevi sulla soglia
non impedite il passaggio
perché chi oggi rallenta
domani ci rimette
c’è una battaglia
fuori che infuria
perché i tempi stanno cambiando

2. Cambiare quindi. Potrebbe essere utile, per prima cosa, fare un tentativo per comprendere meglio gli errori commessi. Individuare le responsabilità di chi governando il paese e la città ha dapprima, e questa è la cosa più grave, scelto obiettivi eccessivi e non condivisi, e poi ha nascosto la gravità della situazione, ritardando colpevolmente l’analisi e più ancora i provvedimenti necessari.  Protagonismo, velleitarismo, mancanza di senso della misura, che poco hanno a che fare con la buona amministrazione della cosa pubblica, anziché sobrietà, concretezza, affidabilità. In sintesi incapacità di individuare obiettivi  che superino il tornaconto (politico) immediato e, soprattutto, di dare risposte reali alle esigenze, cogliendo i limiti imposti dal nostro tempo. I vertici politico amministrativi locali, chiaramente ben fiancheggiati, hanno inteso proporre un ambizioso (quanto discutibile) modello di Comune – Imprenditore che ha portato frange inadeguate al ruolo ad interpretare il civismo in modo improprio, trasformandolo in comitato d’affari. Situazione aggravata dalla assenza di una efficace azione di controllo e stimolo da parte della opposizione che per lungo tempo, in temi cruciali quali l’urbanistica, le grandi operazioni immobiliari e infrastrutturali, è parsa tacitamente consenziente, quando non consociativa, quantomeno nei fatti.

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3. Anche localmente ci pare possibile ipotizzare che la crisi sia di sistema e, quindi, per nulla congiunturale. Occorre dunque apportare modifiche strutturali. Quali strade percorrere, allora? I più autorevoli analisti sembrano concordi nel dire che la via «lacrime – sudore e sangue» è assai pericolosa, oltre che estremamente dura. “L’austerità suscita un fascino immediato tra i guardiani della finanza –cito da Amartya Sen- ma non è affatto scontato che questi guardiani abbiano le idee chiare su come fare ripartire la crescita economica”. Occorre per certo essere più efficienti, sprecare meno risorse, individuare obiettivi utili, ascoltare i bisogni, ricercare oggi più che mai gli imperativi della concretezza e della qualità. Non possiamo competere se non con queste armi. Ma poniamoci un quesito preliminare:  possiamo pensare che gli stessi strateghi che hanno prodotto questi risultati siano i responsabili del progetto futuro? D’altra parte non è certo giusto tacere che molti rappresentanti della società civile vivono alla giornata e non trovano il tempo per analizzare le cause profonde che hanno portato a questa situazione critica di lunga durata! Oggi sono piuttosto gli imprevedibili spostamenti spontanei di massa a dettare la linea. E la linea ultimamente si sta allontanando in modo significativo dalle parole d’ordine dell’establishment.

“La progressiva divaricazione di una società (nuovamente) di classe tra una maggioranza sempre più povera e un ceto separato di privilegiati, la montagna di debiti la cui cima è ormai oscurata da una nuvola di zeri, l’incapacità e la palese impotenza dei parlamentari (nel nostro caso dei consiglieri comunali) di fronte alle forze concentrate delle associazioni di interesse e, non ultimo, la stretta alla gola delle banche rendono a mio avviso –dice Günter Grass- urgente la necessità di fare qualcosa di indicibile. Niente paura –aggiunge-  non sto evocando la rivoluzione. Si tratta piuttosto di porre questioni stringenti, che investono l’intera società: un sistema capitalistico in cui l’economia finanziaria si è ampliamente staccata dalla economia reale, ma minaccia ripetutamente quest’ultima con crisi autoprodotte, è ancora credibile?”

Ovvietà? Banalità? Non credo se è vero che ancora oggi riduciamo gli investimenti produttivi a favore di embellissement velleitari quanto superflui, non facciamo sperimentazione, non perseguiamo la innovazione e talvolta, al contrario, difendiamo a spada tratta modelli obsoleti. E soprattutto, sopraffatti dalla difesa di standard inattuali, non perseguiamo la ricerca dell’utile, che certamente è la nostra principale priorità. 
Allora auspichiamo una politica più sobria, che sappia conquistare sul campo autorevolezza, tornando ad assumere il ruolo guida che le compete, chiedendole di volare molto più alto, di definire codici etici, di precisare i percorsi per avere più giustizia, più uguaglianza, migliore qualità della vita, amministrazioni rigorose e competenti. E meglio sarebbe farlo con un cambio nella classe dirigente: generazionale se volete, ma soprattutto morale, sostanziale. Un cambiamento radicale che veda i responsabili della situazione attuale fare un passo indietro e chi si propone come alternativa rinunciare a logiche obsolete, per perseguire obiettivi nuovi e diversi, ma soprattutto concreti, realistici e vicini ai bisogni reali.

 

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4. E noi architetti? Storicamente vassalli di corte e solo sporadicamente intellettuali degni di ascolto, abbiamo assunto un ruolo crescente nei meccanismi di trasformazione, partecipando alla pianificazione, e nella amministrazione pubblica. Questo non ha giovato, tuttavia, a invertire la tendenza a chiamarci fuori, a cercare all’esterno le responsabilità che invece dobbiamo, pure noi, assumerci.
Siamo certamente, duole dirlo e a parer mio, corresponsabili: la crescente rilevanza della componente di entrate pubbliche provenienti dalla industria delle costruzioni, che ha provocato una folle corsa alla distruzione del territorio, ci vede correi; non abbiamo denunciato il meccanismo perverso che lega lo stato delle finanze locali alla espansione edilizia, abbiamo avallato  una dissennata pianificazione espansiva, causando una sovraproduzione che rischia di portare al collasso non solo una parte del mondo delle costruzioni, ma molte pubbliche amministrazioni e intere comunità per l’inevitabile svilimento dei valori immobiliari medi, a fronte di costi crescenti; abbiamo talvolta sbagliato nell’indicare le aree più pregiate per costruire strutture che in breve saranno inutili, ma che fagocitano comunque aree sproporzionate; abbiamo taciuto la distruzione del nostro paesaggio, risorsa enorme e difficilmente reintegrabile. Abbiamo, dunque, partecipato allo sdoganamento di un meccanismo che non ha certo migliorato le nostre condizioni di vita, a vantaggio di pochi.

Oggi le imprese del territorio parmense stanno mettendo in produzione meno del 20% degli interventi già inseriti negli strumenti operativi di piano per le aree di espansione! Questo significa, se i meccanismi del mercato non ci ingannano, che quanto già programmato sarà più che sufficiente per un periodo di almeno 10 anni. E quanto già deliberato è programmato con criteri che dobbiamo considerare già oggi del tutto superati!

Siamo quindi “costretti” a continuare a sbagliare ancora per molti anni? Certo, la situazione non ha facili soluzioni: abbandonare la espansione per intervenire sulla città esistente richiede la costruzione di meccanismi complessi.
La consapevolezza del problema è tuttavia un passo avanti; in questo l’architetto è osservatore privilegiato. Conosce le pieghe della città esistente, le potenzialità inespresse, i pregi caratteriali da valorizzare, il patrimonio da recuperare; può anche lavorare nella individuazione delle porzioni urbane obsolete, contribuire alla definizione dei meccanismi per la loro sostituzione (che si lascino alle spalle il modello STU a gestione finanziaria municipale).

Nell’ottica di una più vasta ottimizzazione delle risorse pubbliche che dire del meccanismo di pianificazione che vede presenti circa ottanta strumenti urbanistici (in più di 90 Comuni!) per una estensione territoriale di meno di un milione di abitanti? Altrettanti assessorati all’urbanistica, regolamenti attuativi, ecc.? Come possiamo pretendere che questo contesto gestionale del territorio possa essere oggetto di un coordinamento efficace? Immaginiamoci, poi, questa realtà in assenza delle Province, unica sede amministrativa in grado di avere una visione unitaria del territorio! Le inefficienze si moltiplicherebbero e la distruzione delle residue peculiarità sarebbe assicurata. Non sarebbe meglio, sia in termini di spesa che di recupero di efficienza, riunire i Comuni al di sotto dei 10.000 abitanti? Fare pianificazione per comprensori di almeno 100.000 abitanti con regolamenti unitari?

“Ho esagerato? Se sì, non abbastanza”, è la conclusione della citata analisi di Günter Grass.

All’architetto la nuova società, che, ci auguriamo tutti, nascerà migliore della precedente dal progressivo inesorabile sfaldarsi delle certezze mercatali della seconda metà del XX secolo, chiederà credibilità: preparazione tecnica, affidabilità, capacità di innovare e al tempo stesso di garantire efficienza, capacità di gestione, concretezza.

Finalino Nei paesi più virtuosi si è investito nella ricerca di nuove strade, che hanno trovato nella cultura tecnico scientifica una risorsa dimostratasi straordinaria. Dobbiamo dunque lavorare, noi architetti,  per dimostrare di essere utili. Partiamo con alcuni quesiti: da cosa sono originati i debiti che abbiamo accumulato? Quali tra gli investimenti che hanno generato sono proficui? A chi hanno giovato? Dove abbiamo investito i cospicui proventi della cessione delle società di servizi, fiore all’occhiello delle vecchie finanze pubbliche? Quanto sono valutati, nei bilanci delle odierne partecipate, gli immobili (particolarmente quelli che dovrebbero essere collocati sul mercato per rientrare dell’investimento) e quanto offre il mercato per acquisirli? Perché costruire (con soldi pubblici!) fabbricati che complessivamente costano più di 3000€/mq quando il mercato spende meno di 3000€/mq per acquistarli?

Alcune amministrazioni del nostro territorio si fanno vanto del lungo elenco di cose fatte. In superficie la cosa non fa una grinza; e sotto il profilo elettorale rende. Ma quanto sono costate queste attività? Quanti interessi stiamo pagando? Quanto ritorno hanno generato? E soprattutto, sono cose utili, strategiche, ben fatte? Se abbiamo fatto tante cose, tra cui alcune non utili (certi sovrappassi, certi ponti, tante ridondanze gratuite e persino sgradevoli) o strategicamente irrilevanti (le STU a maggioranza comunale) e altre tutt’altro che ben fatte (gli strumenti urbanistici vigenti), il bilancio non può certo essere considerato positivo, a prescindere dal buco finanziario che hanno generato!

Proponiamo allora un altro modo di relazionare sulle attività pubbliche. Facendo la spunta su due colonne: “utile e ben fatto”, da un lato,  “inutile, sproporzionato o  mal fatto” dall’altro.

Proviamo assieme ad iniziare la pratica analitica con una mini serie di realizzazioni degli anni recenti? L’esercizio certo ci gioverebbe.

Parma, 30 giugno 2011
Architetto Pietro Zanlari